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Il deserto sanitario del Myanmar

12 Ottobre 2007
12 Ott 2007

Anche se la tentazione è forte non mi dilungherò in commenti sulla situazione del Myanmar e sull’efficacia del lavoro dell’ONU. Ognuno può farsi un’idea leggendo qualche boccone di notizia on-line (usando asianews.it o anche google news), visto che i tg non si dilungano molto su queste notizie di trascurabile rilevanza una volta che lo scoop è finito.
Bene, la polemica è finita.
Volevo proporvi uno spaccato della situazione sanitaria nell’ex Birmania. Nelle aree dove il turismo (e la stampa) non possono arrivare. E dove, a fatica, arrivano i medici delle ong come Medici Senza Frontiere. Una situazione a dir poco agghiacciante.

Cartina Myanmar“Il progressivo impoverimento economico, sociale e culturale del Myanmar, nuovo nome dato alla Birmania nel 1991 dalla giunta militare, espone sempre più la popolazione alle malattie infettive.

Dopo l’imprigionamento del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, le recenti manifestazioni di piazza organizzate dai monaci buddisti e la reazione delle autorità hanno riportato il Myanmar nelle agende per i media internazionali. Raramente però si approfondiscono gli effetti collaterali che la quarantennale dittatura ha prodotto sulla popolazione generale, fra cui in particolare una situazione sanitaria inquietante.

Una pericolosa combinazione di fattori quali la repressione, l’assenza pressoché totale di servizi (“deserto sanitario”), l’impoverimento economico e culturale, la disinformazione e la diffusione di farmaci contraffatti e/o inefficaci, ha prodotto la crescita incontrollata e progressiva delle 3 malattie killer (HIV-AIDS, tubercolosi e malaria) a dimensioni inconsuete per il sud-est asiatico e comparabili all’Africa sub-sahariana.

Il Myanmar ha una delle più basse spese sanitarie al mondo ed è al 191° posto su 192 paesi analizzati dall’OMS per quanto riguarda la performance del sistema sanitario.

Si registrano in Myanmar più del 50% dei decessi per malaria dell’Asia meridionale. Il 40% della popolazione è affetto da tubercolosi, le cui forme più gravi (tubercolosi resistente alle prime e seconde linee farmacologiche) e la coinfezione HIV-tubercolosi sono sempre più frequentemente osservate dagli operatori sanitari stranieri. In aggiunta, la raccolta di dati epidemiologici e l’esplorazione dei territori al di fuori delle “rotte turistiche” sono ostacolati o spesso vietati dalle autorità locali, il che rende lo spazio umanitario ridotto al minimo.

In questo contesto, la natura imparziale e indipendente di Medici Senza Frontiere è vista con estremo sospetto. Msf fu la prima organizzazione ad introdurre nel paese la terapia antiretrovirale per l’AIDS, ad indurre la modifica dei protocolli nazionali per il trattamento della malaria e ad aprire cliniche mobili alle frontiere del paese dove le minoranze etniche sono vittime di persecuzione da parte delle autorità militari.

Ho lavorato in Myanmar dal novembre 2003 per tre anni e mezzo. Le attività di Msf sono svolte principalmente attraverso cliniche mobili nei villaggi Karenni e Karen dove più alta è la prevalenza di malaria. Abbiamo inoltre creato cliniche “fisse” in aree strategiche (secondo criteri di accessibilità e confidenzialità) specialmente dedicate al trattamento di HIV e tubercolosi.

Sono circa 100.000 globalmente i pazienti che vengono osservati nelle nostre cliniche ogni anno, la maggioranza dei quali è affetto da malaria, seguito da problemi ostetrici, malattie a trasmissione sessuale, altre infezioni, traumi e problemi legati alle dure condizioni lavorative.

MSF ha attualmente 950 pazienti sieropositivi in trattamento antiretrovirale, ed ha trattato 895 pazienti con tubercolosi, di cui 553 (61,8%) HIV positivi. Abbiamo instaurato un rigoroso programma per il contenimento dei defaulter (persone che scompaiono per ragioni ignote alla nostra attenzione dopo l’inizio del trattamento), rimasto sempre inferiore al 10% nonostante le difficoltà di spostamento nella regione. Questo dato ci ha permesso di dimostrare che curare la coinfezione HIV-tubercolosi in un contesto rurale e sociale così complesso è possibile.

Le missioni di MSF sono orientate verso la cura di popolazioni che versino in situazioni critiche, laddove non esista una efficace alternativa. Non sono intese a sostituire eventuali sistemi sanitari in un’ottica di sviluppo, sono invece orientate al soccorso medico e alla documentazione e testimonianza. I nostri risultati costituiscono una goccia nell’oceano rispetto alle necessità della regione, ma hanno prodotto e continuano a produrre documentazione utile per esercitare pressione positiva nei confronti delle autorità sanitarie, nostro unico interlocutore nazionale, e nei confronti della comunità internazionale.

In questa ottica continua la nostra presenza in Myanmar, con la speranza che al più presto si creino le condizioni adeguate alla nascita di un onesto, responsabile e capillare sistema sanitario nazionale.”

di CARLO QUARENGHI

Medico di Medici senza Frontiere in Birmania

Nota: Dopo avere tentato invano di operare nel paese alla fine degli ’80, Medici Senza Frontiere ha potuto iniziare a lavorare in Birmania (Myanmar) nel 1992.

MSF continua a incontrare enormi difficoltà a lavorare in maniera indipendente a causa delle restrizioni alla libertà di movimento dei propri operatori e del comportamento delle autorità birmane che ostacolano gli interventi di MSF nelle zone considerate “sensibili” (le zone di frontiera) tramite restrizioni, autorizzazioni multiple e rifiuti.

(28 settembre 2007)