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Campo itinerante da Montesole a Bozzolo sulle orme di Dossetti e Mazzolari

1 Ottobre 2008
01 Ott 2008

 

Campo Itinerante

Può sembrare strana la scelta di condividere con voi la nostra esperienza estiva a più di un mese dalla conclusione, eppure non si tratta solo di ritardo, di nostalgia imputabile alle prime giornate grigie. Abbiamo scelto il 30 settembre per raccontarvi del nostro cammino, perché da qualche mese questa data ha assunto per noi un nuovo significato. Il 29 e 30 settembre di 64 anni fa sui colli di Marzabotto, a Cerpiano, a Casaglia e nei piccoli paesi dei dintorni si consumava una delle molte tragedie figlie della guerra. Riportiamo di seguito la testimonianza di una delle sopravvissute, crediamo sia giusto lasciare a loro la parola.

Il racconto di Lidia Pirini (17 anni):

Era il 29 settembre, alle nove del mattino. Alla notizia dell’arrivo dei tedeschi, avevo preferito fuggire a Casaglia, sembrandomi Cerpiano luogo meno sicuro. Abbandonai così i miei familiari, e non ero con loro quando li assassinarono. Mia madre e una sorella di dodici anni, otto cugini e quattro zie, furono massacrati il 29 e 30 settembre in Cerpiano. Il 29 li ferirono soltanto, il 30 i nazisti tornarono a finirli.

Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Marchioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo.

Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire e ci misero in mezzo a loro e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscirono ad aprirlo.

Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta.
Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura.

Venne la sera, venne la notte, io stavo sempre là sotto, senza rischiare a gridare o lamentarmi, perché avevo paura, anche se il dolore alla coscia si era fatto insopportabile e non riuscivo più a respirare per quelli che mi stavano addosso. Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti.
Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. Sul tardo pomeriggio arrivò finalmente un uomo a cercare i familiari: li trovò tutti massacrati e anche una parente ferita che trasportò fuori dal mucchio dei cadaveri. Lo chiamai e mi venne vicino: «Tutti morti — mi disse — moglie e figli tutti morti!». Mi dimenticai di chiedergli che mi tirasse fuori dalla mia posizione, né a lui venne in mento di farlo. Lo pregai però di tornare ad aiutarmi dopo aver soccorso la sua parente; me lo promise, purché non avesse avvertito la presenza dei nazisti. Così se ne andò e io stetti ad aspettare. Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero.

(testimonianza tratta da Renato Giorgi, Marzabotto parla).

Proprio da Montesole è partito il nostro pellegrinaggio assieme ai Comboniani di Padova e ad alcuni giovani provenienti da tutta Italia. È stato un tempo intenso, vissuto nella fatica del cammino, nella gioia della condivisione e nella ricerca della vita piena. Il filo rosso dei nostri dieci giorni da viandanti sono state tre parole: memoria, resistenza, impegno. Tre parole che abbiamo cercato di riempire di significato lungo la via, grazie all’incontro con persone straordinarie, con veri testimoni e profeti del nostro tempo: i monaci dossettiani, le partigiane Laura e Giovanna, Francesco Pirini, Donatella e Carlo del Mulino delle Asse e molti altri.

Memoria: Shemà Israele! Ascolta Israele! È Dio stesso che ci chiede di fare memoria della Sua presenza presso di noi, dell’Alleanza che Lui ha stretto con l’umanità, del Suo instancabile Amore. La Via per fare memoria è la custodia della Parola. Per questo i monaci di Oliveto ci hanno invitato a tornare al Vangelo, ad una lettura che diventi parte delle nostre giornate, parte di noi stessi, perché “se nel cuore ho la Parola di Dio, sarà quella che orienta il giudizio, il cuore sentirà secondo la Parola”. “Memoria” ha significato per noi anche responsabilizzazione nei confronti di una storia di cui facciamo parte, di cui siamo figli e figlie e nei confronti della quale non possiamo rimanere indifferenti.

Resistenza: sebbene siano state scritte in tempi non proprio recenti, sono le parole di don Giuseppe Dossetti che meglio riassumono il senso del “resistere” oggi.

«La domanda sale alle labbra spinta dall’incertezza e dall’angoscia di questa oscura stagione. Quando finirà la crisi e la speranza potrà prendere il posto della disillusione? La notte è notte. Siamo di fronte ad evidenti sintomi di decadenza globale. C’è una diffusa inappetenza dei valori che realmente possono liberare l’uomo. E prevalgono invece appetiti crescenti di cose che sempre più lo rendono schiavo. Ognuno è sempre più solo, la comunità è fratturata sotto il martello che la sbriciola. Bisogna convertirsi». «Nel caso nostro dobbiamo convincerci che tutti noi, cattolici italiani, abbiamo gravemente mancato, specialmente negli ultimi due decenni, e che ci sono grandi colpe (non solo errori o mere insufficienze), grandi e veri e propri peccati collettivi che sino ad oggi non abbiamo neppure cominciato ad ammettere e a deplorare nella maniera dovuta. I battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare non ad una “presenza” dei cristiani nelle realtà temporali, alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico. Ma la partenza assolutamente indispensabile oggi mi sembra quella di dichiarare e perseguire lealmente – in tanto baccanale dell’esteriorità – l’assoluto primato dell’interiorità, dell’uomo interiore». «Vivremo la fede pura, senza puntelli e senza presìdi di sorta, umanamente parlando. Non avremo più il conforto dei piccoli nidi sociali, delle ultime piccole nicchie che facevano un certo tepore». «Ogni tentativo di ricostituire, o di dar da bere che si può ricostituire, una sintesi culturale o una organicità sociale che presìdi o difenda la Fede sarà sempre più un tentativo illusorio. Io prego perché noi non diamo a nessuno questa illusione, anche se una certa tentazione è sempre rinascente. I cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e l’Evangelo! Di fonte alle difficoltà sempre più dovremo, in questa nuova stagione che si apre nel nostro paese, contare esclusivamente sulla parola del Signore, sull’Evangelo riflettuto, meditato, assimilato. Siamo destinati a vivere in un mondo che richiede la fede nuda e pura. E la Chiesa stessa, se non si fa più spirituale, non riuscirà ad adempiere alla sua missione e a collegare veramente i figli del Vangelo!».

Impegno: e anche per quel che riguarda l’impegno preferiamo lasciare la parola ad una donna, che ci ha accompagnate con la forza della sua fede. Scrive Etty Hillesum nei giorni che hanno preceduto la sua morte nel campo di Auschwitz:

«Quando si è, come me, ancora giovani, pieni di un’incontrollabile volontà di resistenza, consapevoli di poter aiutare a colmare le crepe che si sono aperte e di avere la forza di farlo, ci si rende appena conto dell’impoverimento intellettuale che la nostra generazione ha subito, e della solitudine in cui si trova. A meno che quest’incoscienza non sia altro che un’ulteriore forma di stordimento…
È un mondo che cade a pezzi. Ma il mondo continuerà, e, fino a nuovo ordine, io andrò avanti con lui, colma di coraggio e di buona volontà. Queste perdite ci lasciano come spogli, ma mi sento così ricca interiormente che questo vuoto non ha ancora percorso tutto il suo cammino fino alla mia coscienza. Eppure, bisogna mantenere il contatto con il mondo reale, con il mondo attuale, cercare di definirvi il proprio posto. Non si ha il diritto di vivere con i soli valori eterni. Questo potrebbe degenerare nella politica dello struzzo. Vivere totalmente al di fuori come all’interno di sé, non sacrificare nulla della realtà esteriore alla vita interiore, e nemmeno il contrario…
Nonostante tutto, io trovo che la vita non sia priva di senso, mio Dio, non posso fare niente! Dio non deve rendere conto a noi delle cose sena senso di cui siamo responsabili. Spetta a noi dargli una spiegazione! Ho già subito mille morti, in mille campi di concentramento. So tutto, ormai nessuna informazione mi angoscia più. In un modo o nell’altro so già tutto. Eppure, trovo questa vita bella e ricca di significato. A ogni istante. Se un giorno venisse stabilita la pace, essa potrebbe essere autentica solo se ogni individuo iniziasse, innanzi tutto, a creare la pace in se stesso, estirpando ogni sentimento di odio per qualche razza o per qualche popolo, oppure dominando questo odio e trasformandolo in qualcos’altro: forse, alla lunga, in amore»

Come potete ben immaginare ora, se siete stati così coraggiosi e tenaci da leggere fino a qui, non sono state solo le gambe a faticare su e giù per i colli emiliani e sulle infinite strade statali della nostra pianura, anche la mente è stata stimolata a salire, a confrontarsi con altre menti, anche il cuore è stato chiamato a dilatarsi per accogliere storie di uomini e donne che hanno saputo vivere e morire nella fedeltà.

Come sempre da queste esperienze così forti si torna carichi, ci si sente pronti a ricominciare, a riprendere in mano la propria vita per trasformarla e riportarla alla Verità: è così che ci sentiamo noi ora! Comunque consapevoli che per lasciarci plasmare è necessario essere fedeli e pazienti, abbiamo conosciuto persone vere che sono e saranno per noi la roccia su cui costruire la nostra vita: Giuseppe Dossetti, Primo Mazzolari, le comunità che ci hanno accolto e i compagni di cammino di cui, citando proprio uno di loro, ci siamo innamorate!

A conclusione di questo diario di viaggio (che voleva essere breve, ma che evidentemente ha pagato lo scotto del troppo entusiasmo!), condividiamo con voi una preghiera di Primo Mazzolari, con l’augurio che possa essere anche per voi fonte di speranza.

…Noi ci Impegniamo… Noi ci impegniamo…
Ci impegniamo noi, e non gli altri;
unicamente noi, e non gli altri;
né chi sta in alto, né chi sta in basso;
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegniamo,
senza pretendere che gli altri si impegnino,
con noi o per conto loro,
con noi o in altro modo.
Ci impegniamo
senza giudicare chi non s’impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza cercare perché non s’impegna.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi mutiamo,
si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura.
La primavera incomincia con il primo fiore,
la notte con la prima stella,
il fiume con la prima goccia d’acqua
l’amore col primo pegno.
Ci impegniamo
perché noi crediamo nell’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta
a impegnarci perpetuamente.